E se il virus dell'herpes giocasse un ruolo nei casi di Alzheimer?

Se fosse confermato il collegamento tra herpes e Alzheimer, si potrebbero trovare nuove terapie per il trattamento di questa malattia neurodegenerativa

Secondo un nuovo studio, potremmo essere di fronte a un legame inedito, che potrebbe far assumere ai virus un ruolo chiave nello sviluppo della malattia di Alzheimer. A quanto raccontato dai ricercatori, infatti, i cervelli colpiti da questa malattia contengono alti livelli di due ceppi dell'herpesvirus umano

Attualmente sono noti 8 herpes umani (HHV) e, nei cervelli malati di Alzheimer, sono stati trovati l'HHV-6 o l'HHV-7, a livelli fino a due volte più in alti rispetto a quelli trovati nei cervelli sani.
Un'analisi genetica dettagliata ha scoperto che gli herpesvirus sembrano interagire con i geni umani precedentemente collegati all'Alzheimer, come se riuscissero a muoversi nelle reti o nei percorsi biologici con molti geni conosciuti di questa malattia. Secondo i ricercatori questo suggerisce che l'attività virale attiva o sopprime geni che sono in stretto contatto con noti geni dell'Alzheimer.

Questi risultati potrebbero fornire una nuova strada per la ricerca volta a prevenire e curare il morbo di Alzheimer che, anche se non è una malattia contagiosa, potrebbe essere trattata o prevenuta provando a trovare nuove terapie anti-virali o immunitarie.

Gli herpesvirus 6 e 7 sono ampiamente presenti nell'uomo, ma sono poco conosciuti: infettano quasi ogni essere umano, tipicamente durante l'infanzia. Come altri herpes – herpes simplex, virus varicella-zoster e Epstein-Barr virus – i ceppi 6 e 7 rimangono latenti nel corpo e possono riattivarsi più avanti nella vita – inoltre questi ceppi sono stati collegati all'encefalite e ad altre condizioni croniche.

I ricercatori si sono imbattuti in questo possibile legame virale con l'Alzheimer durante un'analisi che mirava a trovare modi in cui i farmaci usati per trattare altre malattie potessero essere riutilizzati per trattare la temuta malattia neurodegenerativa.

Ovviamente il lavoro da fare è ancora molto, ma questo studio, pubblicato sulla rivista «Neuron», è un passo davvero importante.

 

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