Riuscire a «vedere» la materia oscura

Una nuova ricerca sulle onde gravitazionali ci può finalmente dire che cos'è la materia oscura

WhatsApp Share

A quanto afferma un nuovo studio che ha utilizzato la stessa apparecchiatura che è stata parte integrante del lavoro dei vincitori del premio Nobel per la Fisica di quest'anno – ovvero i rivelatori di onde gravitazionali – si potrebbe essere in grado di ottenere un'informazione preziosa in un altro enigmatico campo di ricerca: la materia oscura.

Il co-autore dello studio Emanuele Berti della University of Mississippi ha detto che «la natura della materia oscura è uno dei più grandi misteri della fisica» e che «è davvero notevole ciò che possiamo fare ora con la fisica delle particelle – ovvero indagare sul "molto piccolo" – guardando l'emissione delle onde gravitazionali a partire dai buchi neri».

Il team internazionale di ricercatori ha prodotto calcoli che suggeriscono che alcuni tipi di materia oscura potrebbero formare delle nuvole intorno ai buchi neri. La teoria è che queste nuvole emettono onde gravitazionali che potrebbero essere rilevate da alcune attrezzature avanzate, visto che «sorprendentemente, le onde gravitazionali che provengono da fonti troppo deboli per essere individuabili singolarmente possono produrre un forte background stocastico», ha spiegato il co-autore Richard Brito. Quindi, gli scienziati ritengono che un'analisi approfondita dei dati raccolti dal Laser Interferometer Gravitational-Wave Observatory (LIGO) potrebbe confermare o negare la presenza di materia oscura ultraleggera.

La materia oscura è stimata essere cinque volte più abbondante della materia ordinaria, eppure nessuno è stato in grado di rilevarla direttamente: essa ha il potenziale di sbloccare tutti i tipi di segreti dell'universo, quindi la grande quantità di interesse per questo argomento da parte di scienziati e astrofisici non è sorprendente.
Se Berti e il resto del team hanno ragione, potremmo «vedere» la materia oscura e le implicazioni sarebbero incredibili. Come ha osservato Brito: «questa è una nuova emozionante frontiera nella fisica delle astroparticelle, che potrebbe far luce sulla nostra comprensione dell'universo microscopico».