Da dove vengono le microplastiche?

Secondo un nuovo report, i tessuti sintetici e gli pneumatici per auto sono i maggiori responsabili per questo tipo di inquinamento

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Si parla molto della plastica come rifiuto mal gestito che arriva nei corsi d'acqua e si rompe lì, mentre invece c'è una quantità scioccante di plastica che entra nell'oceano già in dimensione microscopica. Questa forma di inquinamento è poco conosciuta dagli scienziati, eppure sembra rappresentare una fetta molto più grande di quanto si fosse precedentemente realizzato. Vengono chiamate «microplastiche primarie» e provengono da aggiunte volontarie ai prodotti o dall'abrasione di oggetti di plastica di grandi dimensioni durante la loro produzione, l'uso o la manutenzione.

Un nuovo rapporto dell'International Union for Conservation of Nature (IUCN) ha esaminato la fonte di queste microplastiche primarie al fine di stimare e mappare da dove provengono e quante ce ne sono in tutto il mondo, ma anche nella speranza di educare i consumatori che potrebbero non rendersi conto di quanto sia diffuso il problema e i politici che hanno sicuramente bisogno di informazioni utili.
C'è un numero sorprendente di fonti di microplastiche primarie, per esempio i rivestimenti per uso marittimo, la segnaletica orizzontale, i prodotti per la cura della persona (sebbene in molti paesi le microsfere di plasticasiano vietate ), i pellet di plastica rovesciati durante il trasporto e le polveri della città.
Ma la stragrande maggioranza di questo tipo di inquinamento proviene da attività terrestri (solo il 2% proviene da attività fatte in mare): le due maggiori fonti terrestri sono il lavaggio di tessuti sintetici e l'abrasione degli pneumatici durante la guida, che costituiscono ben due terzi di tutte le microplastiche primarie rilasciate.

Lo studio stima che, in totale, ogni anno si aggiungono agli oceani 1,45 milioni di tonnellate di microplastiche primarie, equivalenti «a 43 sacchetti di plastica di plastica leggeri gettati nell'oceano mondiale a persona o all'incirca uno alla settimana».